Lo spazio bianco, di Francesca Comencini
Discendendo a piedi sotto una pioggia torrenziale via Cesario Console, a Napoli, la mia città, sudato ed affaticato per lo scirocco che flagella le strade, penso al film Lo spazio bianco di Francesca Comencini, visto ieri.
E così, inaspettatamente, il disagio, e sì il fastidio, provati alla fine del film trovano finalmente le parole per essere espressi.
Disagio e fastidio, per carità, tutti personali e di parte, moralistici se si vuole, senza pretendere assolutamente di essere giudizio estetico.
Con chi prendersela, mi chiedo, con Valeria Parrella o con Francesca Comencini?.
Non ho letto il libro per cui non posso saperlo, ma tutto sommato ho ragione di credere che tra scrittrice e regista ci sia stata un’affinità, una consonanza di gusti, temi e dideologia, senza la quale il film non sarebbe forse stato fatto.
Intanto ecco un simbolo chiaro : in fondo alla strada una gigantesca nave portacontainer, dalle murate color pece ed una sottile riga amaranto al livello del ponte, sbarra l’accesso sull’orizzonte allo sguardo in fondo alla strada, poco più in alto di una sottile riga plumbea di mare. In alto sulla nave tra gli alberi sono tese sartie ad X, come a dire : “Non oltre!”. E più in là il culminare sull’invisibile orizzonte di un denso ed esorbitante baldacchino inchiostroso di nuvole.
A completare la barocca tragicità dello spettacolo, ecco in fondo alla strada, in direzione del Molosiglio, uno di quegli arcigni e inestricabili ingorghi alla napoletana, irridente, stridente e berciante come tutti gli ingorghi napoletani.
Il film di Francesca Comencini è ambientato proprio qui, in questa città che, come dice Margherita Buy : “Lo sapevo che mi fregava….!”.
Tutta questa fortunosa inscenazione alle mie meditazioni, grazioso dono della Provvidenza, forse solo per dimostrare che la mia visione del mondo è certo molto più cupa di quella di Francesca Comencini, e forse della Parrella. Però nella sua cupezza in fondo positiva.
Cercherò di dimostrare perché.
Innanzitutto perché ed in che senso più cupa?. E qual è invece la cupezza della visione delle due donne ed artiste alle quali mi contrappongo?.
I luoghi comuni scenici ed i tipi umani, altrettanto comuni, ricorrenti nel film, anzi che intessono completamente il film, fanno pensare al canone dell’atmosfera ideale, estetica ed emozionale, dalla quale sembra chiaramente derivare il film e forse il libro. Canone invariabile per un certo tipo di film e di libro, forse perché sufficiente garanzia di successo rispetto ad altri canoni, meno gradevoli in quanto non così facilmente digeribili ideologicamente ed emozionalmente.
E’ in esso dunque, e nelle atmosfere in esso previste, la chiave della cupa visione.
E’ il mondo dei reduci della Grande Trasgressione Gioiosa, relitti della rivoluzione che, spumeggiando energie e fantasie giovanili in boccio, pretendeva di spazzare via il vecchiume borghese. Oggi tutti meditativi e posati questi ex rivoluzionari, nel film attempati singles, divorziati o separati, insegnanti ancora pieni d’amore eppure traboccanti di astiosa amarezza, artisti che si attardano a rappresentare un desolato e passionale dolore.
Meteore, particelle elementari, disperse nel nulla della modernità. Che si innamorano per caso di altre inconsistenti meteore, ci scopano, e poi regolarmente si separano, perché la vita non può né deve essere presa sul serio.
Dell’euforia rivoluzionaria non resta che la solitudine cupa e l’estetica stessa della cupezza di questi tipi umani e scenici.
Oscuri appartamenti tardo-bohèmien nei centri storici, dai frigo desolatamente vuoti, ed estetica popolare di balconcini su struggenti scorci di natura mista a natura, o di toccante umanità altrettanto popolare. Aule decadenti di ex quartieri popolari al cospetto della superba bellezza di cupi mari agitati.
Cupi, amari, scostanti, sarcastici, saccenti, nevrotici, costoro, così distanti dall’ottimismo amoroso di allora.
Eppure ancora non giunti alla fine, alla debita conclusione del loro percorso.
Ancora non disposti ad ammettere la colpa, storica e spirituale, del loro persistere con la nostalgia nella trasgressione di allora, tramontata e fallita, ma ancora struggentemente amata.
E’ la colpa che sbarra loro la strada – come la nave che sta in fondo a via Cesario Console -, sbarra loro la strada verso la coscienza di una tristezza pessimista, che salverebbe la loro anima e la loro mente, perché è nostalgia della costruzione e non della distruzione.
La nostalgia di un ordine gioioso, quell’ordine dal quale la trasgressione credeva di voler fuggire, non avvedendosi che si trattava invece solo di un pallido vestigio di ciò che era già giunto al culmine della dissoluzione.
E’ così che costoro, questi luoghi comuni di una certa psicologia e di una certa estetica – non saranno appena luoghi comuni anche i loro corrispettivi esistenziali, coloro dai quali regista e scrittrice hanno preso spunto, o forse loro stesse ?! – , si rifugiano nella tenerezza poetica per non vedere la gioia. Fragile, fugace, fatua, frivola gioia di donne disperate nell’amore disperato per fragili prematuri – con questi genitori, che consistenza umana avranno poi mai questi fragili prematuri, ammesso che scampino i pericoli che li minacciano?.
Ed intanto intorno, comparse di un mondo diverso dal loro, ma non meno deprimente, svolazzano intorno seriosi primari old style, incredibili incassatori di ingiurie relativiste, e dottorini sorridenti quanto inconsistenti, gentili, sognatori e filantropi buonisti, del tipo di “…in ogni caso, va sempre bene, basta che sei felice!”, quanto disposti ad approfittarne per una sveltina.
E loro intanto si rifugiano in questo bouillon di amarezza ed improbabili buoni sentimenti, qualcosa che nel passato avrebbero perfino schifato, solo per non vedere la gioia splendente ma discreta dell’ordine collettivo del sacrificio e della devozione.
Non vogliono, non riescono a vederlo. Diventano madri, padri, forse riescono perfino a sfuggire così al disperato traffico irresponsabile da eterni adolescenti, forse inseguono perfino questa nuova fragile vita che li unisce ad altre fragili ed improbabili vite, una debole luce che si profila nell’oscurità che li sommerge.
Ma è inutile, è troppo poco. Tutto troppo privato, troppo circostanziale, troppo relativo, per fondare una nuova vera gioia.
Questa è del resto così lontana, così seppellita sotto le macerie delle macerie, provocate a strati dallo spirito rivoluzionario in ormai secoli e secoli di distruzione, che non si riconosce neanche la più pallida memoria del suo volto. Un tesoro ostinatamente rifiutato.
Del resto, questo che Comencini e Parrella descrivono, è un mondo che abbiamo conosciuto e perfino amato, e di cui quindi possiamo parlare.
Ma, ormai, che noia, che tristezza e che orrore!.
Siamo convinti che sarebbero piuttosto necessari altri libri ed altri film.
Ma tant’è!. Sono questi che editori e pubblico vogliono.
