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Talvolta

giotto-maniTalvolta mi sembra di essere un angelo, cioè qualcosa di meno di un uomo (non ho il libero arbitrio),

un sensore

messo qua sotto per tastare il polso del mondo.

E solo allora tutto ritorna.

Lo spazio bianco, di Francesca Comencini

Discendendo a piedi sotto una pioggia torrenziale via Cesario Console, a Napoli, la mia città, sudato ed affaticato per lo scirocco che flagella le strade, penso al film Lo spazio bianco di Francesca Comencini, visto ieri.

E così, inaspettatamente, il disagio, e sì il fastidio, provati alla fine del film trovano finalmente le parole per essere espressi.

Disagio e fastidio, per carità, tutti personali e di parte, moralistici se si vuole, senza pretendere assolutamente di essere giudizio estetico.

Con chi prendersela, mi chiedo, con Valeria Parrella o con Francesca Comencini?.

Non ho letto il libro per cui non posso saperlo, ma tutto sommato ho ragione di credere che tra scrittrice e regista ci sia stata un’affinità, una consonanza di gusti, temi e dideologia, senza la quale il film non sarebbe forse stato fatto. Continua a leggere

29.08.09

Michel Jackson e le masse.

 Ricorrono in questi giorni un po’ dappertutto nei media notizie sulla personalità e sulle circostanze della morte del divo Michel jackson, nonchè videoclip commemorativi delle sue apparizioni in pubblico.

E vediamo così il divo davanti alle masse di giovani che accorrono ad ascoltarlo ed acclamarlo.

Vediamo volti rapiti come da una visione, sguardi polarizzati, bocche spalancate in osanna, ed il tutto issato su corpi dimenantisi, sulle soglie di una trance mistico-isterica, o già travolti da essa.

E il divo sul palco con le braccia distese in croce ed il capo arrovesciato all’indietro tra densi fumi, nell’atteggiamento di chi sta ricevendo e comunicando alle folle l’ispirazione divina, con il suo nasino all’insù, i suoi vezzosi riccioli neri da dama capricciosa, la sua pelle nera chissaccome sbiancata sul corpo efebico.

Ed ogni tanto un’auto-palpeggiatina ai genitali che conduce all’acme la passione delle masse.

Ebbene questo è un divo!.

Ci si commuove per la sua morte, dopo essersi preoccupati delle sue terribili insonnie, si mette alla berlina il cardiologo che pare lo abbia imperdonabilmente trascurato, dopo avergli somministrato un potente anestetico. I media, perennemente angosciati dall’audience, si affrettano ad offrirne l’icona alle masse, così che queste non si dimentichino di loro.

Questo è un divo, un santo dei tempi moderni, che chissà come tale dovrebbe poter anche fare miracoli. E queste sono le masse che lo osannano, facendone un divo.

Sono le masse di sempre, quelle dell’evoè di tempi antichi, ma soprattutto quelle delle adunate oceaniche, le eterne masse del XXI secolo, masse in cui lo spirito si fa pericolosamente oggettivo, calando di livello in ognuno degli individui che ne fanno parte, scorrendo via dal corpo per confluire in un’oceanicità, che è spirituale quanto lo può essere la materia, ma dai comportamenti imprevedibili, come quelle di tutte le grandi e soverchianti masse d’acqua.

E quella di divi come questi è dunque l’élite spirituale della modernità. Élite in cui diventano tragi-comicamente pari Michel Jackson ed Hitler.

Dobbiamo rassegnarci a questo, o invece reagire?

Del sentimento tragico della vita, di Miguel de Unamuno

 

Miguel de Unamuno rivendicò in questo libro il piacere ed il diritto al ridicolo.

Per questo lo deve conoscere chi del piacere e del coraggio del ridicolo ha fatto la bandiera della sua vita.

E’ per questo che ho deciso di recensire questo libro.

La bellissima copertina – il Cristo sulla croce, di Diego Velasquez – scelta per il libro dalla casa editrice SE, attira il lettore almeno quanto il titolo, ponendo in primo piano, nell’immagine di un Crocifisso dal corpo perfetto ed illuminato da uno stupefacente candore perlaceo che lo lascia emergere sull’usuale misterioso sfondo scuro del barocco spagnolo, trasfigurando così il pallore mortale in luce soprannaturale, allude come meglio non si poteva al tema dell’immortalità e della resurrezione dai morti.

Si tratta del tema del libro, che è quello del diritto attribuito all’uomo dal pensiero religioso a sperare nella sua sopravvivenza pur, e proprio perché, essendo esso “uomo in carne ed ossa”.

E chi più del pensiero spagnolo, mai consegnatosi al razionalismo e sempre restato fedelmente nei paraggi della fede, può affermare questo?. Continua a leggere

02.07.09

Ho appena finito di leggere ed appuntare il bellissimo libro della Stein, che credo valga la pena di essere recensito.

Si tratta di un’opera assolutamente straordinaria che è il principale merito di collegare l’ontologia trascendentale con quella fenomenologica, cioè di indagare i rapporti esistenti con l’essere trascendentale quando si studia l’essere nella sua fenomenologia esistenziale, cioè a partire dalla fondamentale verità dell’esistere.

E’ evidente che la profonda fede religiosa della Stein, che la condusse non solo a convertirsi dall’ebraismo al cattolicesimo, ma anche a lasciare la carriera universitaria per la vita monastica, determina in lei un punto di vista particolare, che potrebbe addirittura essere giudicato fazioso.

Tuttavia non certamente per questo la profondità e l’acutezza del suo pensiero possono risultarne sminuiti, al contrario si tratta di un punto di vista che permette di gettare un ponte di enorme valore filosofico tra il mondo della filosofia razionale, e della metafisica che ne consegue, e quello della metafisica che si ispira alle verità rivelate.

Riteniamo questo di enorme valore nell’ambito di una teoria della filosofia e della scienza, e particolarmente da due punti di vista. Continua a leggere

Passeggiando per strada vedo campeggiare su una pensilina dei trasporti pubblici una pubblicità ( di cui non cito per correttezza la paternità ) che sembra un vero proclama dello spirito del tempo : “Il piacere regna sovrano!”.

Essa mi colpisce come potrebbe colpire una comunicazione dall’aldilà, tanto forte, significativa e caratterizzata idealmente, essa è.

Mi dico stupito: “E’ stato dunque proclamato finalmente ?!. E’ dunque a questo che ormai dobbiamo obbedire ?!”. E penso che deve essere proprio così.

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“Il pazzo sono io, o lo sono gli altri….?”, intitolò Henryk M. Broder il giornalista ebreo tedesco il suo discorso nella Paulus Kirche di Frankfurt in occasione del ricevimento del premio Ludwig Börne (Frankfurter Allgemeine Zeitung 25/06/07). Questa domanda riaffiora nella mia coscienza dopo aver visto invitare ieri presso l’ONU di Ginevra Mahmoud Ahmadinejad per parlare di razzismo. Nel suo discorso Ahmadinejad negava tra l’altro che l’Olocausto sia mai esistito. Il suo discorso è stato ampiamente ed entusiasticamente applaudito dai rappresentanti presenti e con pochissime eccezioni, tra cui Italia ed USA. Mi chiedo come la stupidità collettiva dello spirito buonista e cala-braghe davanti ad arroganti e sopraffattori possa giungere fino al tal punto di bassezza e di rivoltante ipocrisia. O si tratta solo di volgare ed ampiamente condiviso anti-semitismo?. Propendo più per la prima ipotesi. Ma la storia ci ha abituato a cose del genere. La stessa svenevole arrendevolezza fu esibita dalle potenze europee durante la conferenza di Monaco davanti alle pretese di un altro sopraffattore, Adolf Hitler. Peccato che sia morto, altrimenti la prossima volta l’ONU potrebbe invitarlo come ospite d’onore per parlare di pace e magari di antisemitismo.

Chi è Raskòl’nikov?. Mi chiedo ad un certo punto rileggendo dopo tanto tempo lo splendido Delitto e castigo di Fjodor Dostoevskij.
Non sono spiegazioni sufficienti quelle che Pier Paolo Pasolini fornisce nel saggio posto da Mondadori a conclusione dell’opera.
Raskòl’nikov e il complesso di Edipo?!. Si va bene, è possibile, ma non è questo il punto.
Il punto è, appunto, chi sia veramente Raskòl’nikov.
Qual è la drammatica contraddizione che l’immenso Dostoevskij legge in lui?.
Chi è dunque Raskòl’nikov?.
Raskòl’nikov è un uomo nobile come pochi, pochissimi, come forse nessuno, come Myskin ne’ L’Idiota, o come il controverso Versilov ne’ L’Adolescente, e proprio come uomo nobile ha commesso un orrendo delitto. Un uomo nobile, e dunque come tale necessariamente controverso.
Questo è il punto.

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At best

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Die Philosophie ist heute bestenfalls dort wo die Mathematik bei den Babyloniern war.

Philosophy today is, at best, at the point where Babylonian mathematics was.

(Kurt Goedel, 1906-1978)

Rumeni

Imre Toth: è l’Italia la mia vera patria

Il rumeno Imre Toth è uno dei maggiori matematici del nostro tempo. È nato a Szatumare, nel nord della Transilvania, ma – afferma – «il luogo dove mi sento di casa» è l’Italia. Lo studioso dei paradossi di Zenone, che riconosce il suo «maestro» in Nicola Cusano (quello della dotta ignoranza), rivela la sua «affinità con l’Italia» nel libro-confessione, Matematica ed Emozioni, pubblicato come perla filosofico-letteraria da Di Renzo Editore. In Italia, dice Toth, «sono tra gente che mi capisce». Non per la lingua, «il mio italiano è solo sopportabile», quello della “Cantatrice calva” di Ionesco, nello stesso senso di una moglie che dice al marito: tu non mi capisci». Per Imre Toth l’affinità con il nostro paese «è genuinamente primigenia», tanto che non esita a dire: «Se la patria è l’equivalente dell’umanità, allora io qui ho trovato me stesso».

Da “il Riformista”, giovedì 24 giugno 2004, pag. 5

Rumeni

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Paul Celan (Cernăuţi, 23 novembre 1920 – Parigi, 20 aprile 1970) è stato un poeta rumeno ebreo, di madrelingua tedesca. Scrisse questa poesia l’8 dicembre 1968:

Le BANDIERE salvano l’apparenza.

Non fissare in esse lo sguardo,
non distoglierlo,
non pagare il pedaggio sul ponte.


Pari di nascita respirano.


(P.Celan, Conseguito silenzio – Einaudi ed., 1997)

Rumeni

Sergiu Celibidache (Roman, 11 luglio 1912 – Parigi, 14 agosto 1996) ci parla brevemente della irriproducibilità della musica.

Testo di Rainer Maria Rilke, videopoesia prodotta da nuoviautori.org, regia Andrea Galli, colonna sonora Klaus Nomi, adattamento fotografico Adina Spire; in parte tratto da un concerto di Klaus Nomi poco prima della sua morte (fu uno dei primi artisti vittima del virus HIV).
Di seguito il testo integrale della poesia di Rilke:

Esperienza della morte

Nulla sappiamo di questo svanire
che non accade a noi. Non abbiamo ragioni
- ammirazione, odio oppure amore -
da mostrare alla morte la cui bocca una maschera

di tragico lamento stranamente sfigura.
Molte parti ha per noi ancora il mondo. Fino a quando
ci domandiamo se la nostra parte piaccia,
recita anche la morte, benché spiaccia.

Ma quando te ne andasti, un raggio di realtà
irruppe in questa scena per quel varco
che tu ti apristi: vero verde il verde,
il sole vero sole, vero il bosco.

Noi recitiamo ancora. Frasi apprese
con pena e con paura sillabando,
e qualche gesto; ma la tua esistenza,
a noi, al nostro copione sottratta,

ci assale a volte e su di noi scende come
un segno certo di quella realtà;
tanto che trascinati recitiamo
qualche istante la vita non pensando all’applauso.


(Rainer Maria Rilke, Poesie 1907-1926. Einaudi ed., 2000)

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Forse per esorcizzare questo 2009, che non inizia nel migliore dei modi.

Forse perchè ammiro chi prega tra gli autobus.

Dedico a tutti noi queste parole universali:

“Non respingere da te quelli che invocano il loro Signore, al mattino e alla sera, desiderando di pervenire al suo viso: non appartiene a te di dare alcun giudizio su di essi, nè appartiene ad essi di dare alcun giudizio su di te; che se tu li respingerai, sarai tra gli iniqui.”

(Corano: VI,52)

Difficile trovare nella Qabbalah qualcosa che stia fermo: tutto è in movimento, anche il firmamento che sovrasta il Gan Eden inferiore (1).
Così infatti lo Zohar, nella lunga sezione “I quattro colori del Giardino dell’Eden”:

“Questo firmamento si muove e ruota sui viventi, sulla traccia delle lettere, segreto del conto dell’unicità, nel segreto di una combinazione e cioè: alef-teth, beth-het, ghimel-zayin, daleth-waw”.

Approfondendo si evidenzia che quella combinazione di lettere, stante la corrispondenza esistente tra ogni lettera ed un numero nell’alfabeto ebraico, genera una precisa sequenza numerica:

alef-teth = 1-9
beth-het = 2-8
ghimel-zayin = 3-7
daleth-waw = 4-6

Perciò: 19 – 28 – 37 – 46.

Ma se scriviamo la sequenza in verticale, anzichè in orizzontale diventa:

1 2 3 4
9 8 7 6

In pratica due ruote, due ingranaggi cosmici, di cui uno va in avanti e l’altro contestualmente va indietro.

Per lo Zohar se le combinazioni di lettere si mostrano al completo (alef-teth, beth-het, ghimel-zayin, daleth-waw) il firmamento “si screzia e risplende fulgido”. “[...] Le lettere ruotano e girano, girano intorno al firmamento, e si fermano sul lato meridionale”. Diversamente, nell’ora in cui incombe il giudizio (lato settentrionale dell’albero sefirotico) le lettere si nascondono e si occultano entro sole quattro: teth, het, zayin e waw. Cioè compare solo l’ingranaggio che diminuisce: 9 – 8 – 7 – 6.

(1) Per la Qabbalah il Gan Eden è sulla terra, in luogo segreto; ma esiste anche un Eden celeste, “più in alto”, in regioni inconcepibili per l’uomo.

FWJ Schelling, Filosofia della Rivelazione, pag. 283:

“Dio non è, come molti credono, il trascendente, Egli è il trascendente fatto immanente (ossia, in contenuto della ragione). Nel non aver badato a questo sta il grande fraintendimento del nostro tempo”

Commento:

…Non so se questa stupenda affermazione sia stata oggetto della riflessione di filosofi e teologi dopo Schelling. Quello che so per certo è che essa fonda perfettamente quella nuova visione dell’uomo e del mondo di cui la modernità avrebbe bisogno (vedi recensione a Teologia della Rivelazione)

FWS Schelling, Filosofia della Rivelazione, pag. 481:

“Nella scienza noi cerchiamo soltanto di giungere di nuovo là dove noi, cioè l’uomo in noi già una volta era, e questo tendere a una conoscenza veramente centrale, che tutto domini dal centro, questo tendere stesso è la prova inconfutabile del fatto che la coscienza umana ha avuto originariamente questa conoscenza e dovrebbe averla ancora “

Commento :

…vedi post del 27.12.08 dal titolo “La scienza primordiale“

Da FWJ Schelling, Filosofia della Rivelazione, pag. 507:

“….i primi pensieri dell’umanità, in un periodo gretto si smarrirono e si divennero incomprensibili, ma ancora risorgeranno, quando tante cose che appaiono momentaneamente importanti saranno del tutto scomparse”

Commento:

… E’ esistita una scienza primordiale, o meglio sapienza, nella quale l’uomo conosceva perfettamente i misteri di Dio- Ma poi questi misteri sono poi diventati incomprensibili da quando la coscienza umana si è trapiantata nell’esteriorità. La possibilità di questa sapienza però ancora esiste e Schelling ne anticipa visionariamente la realtà futura.

Essa è comunque accessibile anche oggi, così come è sempre stato. Infatti la poesia ne ha conservato, almeno in parte, la capacità.

Napoli, 27.12.08

Friederich Wilhelm Joseph Schelling, Filosofia della Rivelazione, Bompiani, 2002

Ho appena finito di leggere questo meraviglioso libro, che ritengo essenziale per chi, come me si interessa di scienza religiosa, metafisica e mistica. E ancor più per chi, come me, non si ritenga soddisfatto della dominante impostazione materialistico-sperimentalistica, quale unico paradigma scientifico valido.

Il libro fu pubblicato postumo dal figlio di Schelling, Karl Friederich August, raccogliendo le lezioni tenute dal padre all’università di Berlino a partire dal 1841. Tra i presenti a queste lezioni c’erano Burkhardt, Bakunin e Kirkegaard.

In esso il filosofo tedesco tenta di fondare una filosofia definita come “positiva”, la filosofia cioè che è capace di affermare la presenza di Dio invece di negarla, in contrapposizione con quella “negativa”, che fa il contrario, nell’intento dichiarato di separare nettamente la scienza dalla metafisica.

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Wahr spricht, wer Schatten spricht” – dice il vero, chi parla oscuro (Paul Celan)

Le opere di Paul Celan (1920 – 1970) pongono da sempre notevoli ostacoli interpretativi a lettori e critici. In questa sede propongo una via di lettura alternativa di Mit wechselndem Schlüssel, componimento celaniano inserito nella raccolta “Von Schwelle zu Schwelle” del 1955.

Per comprendere questo post devi aver letto i due precedenti (La Casa delle cose taciute – 1 e 2)

PAUL CELAN (da Von Schwelle zu Schwelle)

Mit wechselndem Schlüssel

Mit wechselndem Schlüssel
schliesst du das Haus auf, darin
der Schnee des Verschwiegenen treibt.
Je nach dem Blut, das dir quillt
aus Aug oder Mund oder Ohr,
wechselt dein Schlüssel.

Wechselt dein Schlüssel, wechselt das Wort,
das treiben darf mit den Flocken.
Je nach dem Wind, der dich fortstösst,
ballt um das Wort sich der Schnee.


Con alterna chiave

Con alterna chiave
tu schiudi la casa dove
la neve volteggia delle cose taciute.
A seconda del sangue che ti sprizza
da occhio, bocca ed orecchio
varia la tua chiave.

Varia la tua chiave, varia la parola
cui è concesso volteggiare coi fiocchi.
A seconda del vento che via ti spinge
s’aggruma attorno alla parola la neve.


L’incedere di questo componimento ha molto in comune con la sintassi visiva di un sogno (1): sappiamo infatti dallo Zohar (2) che i sogni, come le visioni profetiche, vengono dall’alto, si offrono per lo più con catene-collane di immagini, e sono portatori di una forza.

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